Giovedì, 24 Agosto 2017 11:01

Il premier Renzi ha impresso di fatto con il suo decisionismo e con la sua rottura nei confronti del sindacato, cinghia di trasmissione tra il blocco sociale dei garantiti e la sinistra , una mutazione genetica al Pd e all'intero centrosinistra. Mutuando nelle enunciazioni , nei proclami e non negli atti, temi e soluzioni che rievocano larvatamente lo spirito con cui nel 94 Berlusconi, nel nome di una rivoluzione liberale aveva dato rappresentanza alla maggioranza silenziosa e al blocco dei non garantiti, costituito da giovani, disoccupati, piccoli e medi imprenditori, artigiani, popolo delle partite iva. Determinando, così, nel centrodestra una sorta di involuzione in termini culturali , di profilo e prospettiva. Alla mission di cambiare il paese con riforme strutturali, in nome del principio liberale dello stato minimo, si è sostituito un profilo populista e statalista , ispirato a slogan demagogici e a temi della sinistra pd e della cgil, con i quali si può conquistare qualche voto tentando di cavalcare l'esasperazione degli italiani, ma con cui non si governa e non si vince, come in Francia l'exploit di Sarkozy ex Ump .Di fatto quanto resta di un 'area che è maggioranza naturale nel paese è guidata da uno scivolamento verso una deriva populista identitaria, sovranista, che ha in Salvini il suo riferimento: in costante crescita con l'implosione di Forza Italia- che sempre sulla carta conta il 7/8 %- , frutto del superamento della leadership del cavaliere che ha perso appeal, credibilità e sembra sempre più attento a tutelare le sue aziende e la sua agibilità politica . Non meglio gli altri “attori” del ricostituendo cdx. Lo stallo che caratterizza FDI- AN, il cui gradimento di Giorgia Meloni non è servito a stimolare il partito, né a imprimere una sterzata in termini di linea politica , ha agevolato il ricorso alla lega e non a promuovere un cantiere aperto per un soggetto che abbia ambizione di essere anima e motore del centrodestra, che in virtù della formulazione dell'Italicum con premio di maggioranza alla lista, imporrebbe uno sforzo inclusivo nella direzione di soggetti plurali a vocazione maggioritaria selezionando con le primarie la classe dirigente. La scelta di Alfano che ha portato Ncd all'estinzione pur di difendere ruoli di governo in una compagine di centrosinistra, contribuendo all'ascesa del premier compensando di fatto l'emorragia in atto a sinistra. Se a determinare questo processo, vedasi il recente abbandono dell'ex segretario regionale pugliese di Forza Italia Amoruso , è l'indubbio timore del voto anticipato e quindi ragioni tutt'altro che alte e nobili , va con onestà intellettuale rilevato che vi è anche l'assoluta irrilevanza di opzione con cultura di governo, liberale, modernizzatrice, distinta da Salvini e dal profilo che incarna. Sarebbe da irresponsabili non cogliere questo dato, infatti, gli stessi Fitto e Tosi non devono sottrarsi dall'improcrastinabile determinazione di dar corso insieme alla Meloni- abbandonando le vecchie retoriche dell’economia protezionista - di correggere il tiro in termini di proposta politica a un 'area che di fatto consenta al centrodestra di riappropriarsi della rappresentanza del blocco sociale di riferimento. La nuova area di cdx per tornare ad essere credibile,dovrebbe seguire la strada già tracciata da iniziative come la Sveglia Centrodestra con gli eventi di Milano , Roma e Perugia attraverso una piattaforma programmatica autenticamente riformatrice e una proposta ben strutturata sulle modalità di svolgimento delle primarie a tutti i livelli per la selezione della classe dirigente. Ad indicare la rotta in maniera chiara e lungimirante: abdicare a questa nuova direzione significherebbe assumersi la responsabilità di aver condannato il centrodestra all'opposizione per i prossimi lustri.

 Crolla tutto, anche l’economia reale. Precipitano inesorabilmente gli investimenti in Italia, inducendo la caduta irreversibile della domanda globale, detta anche domanda aggregata. Produzione ed offerta globale si adeguano al calo suddetto e, conformandosi alla domanda effettiva, si ridimensionano a loro volta facendo avvitare l’economia su se stessa. Difatti, rispetto al periodo precedente la crisi si registra una diminuzione di oltre il 27% tra investimenti pubblici e privati. Per chi si chiede quale sia la possibile conseguenza di una tale riduzione vale la pena ricordare che gli investimenti in macroeconomia si identificano con l’acquisto di beni strumentali, ovvero beni che servono a produrre altri beni e servizi nei diversi settori economici. La discesa di questa particolare categoria di domanda di beni provoca un’implosione della produzione, delle assunzioni e, quindi, dei consumi globali. A sua volta, la riduzione dei consumi alimenta ulteriormente la succitata spirale perversa, sino a tramutarla  in stagnazione. Vuol dire che il reddito nazionale è destinato a diminuire nuovamente e, considerando che il costo unitario del debito pubblico italiano è apprezzabilmente più alto del Prodotto Interno Lordo (indice di crescita relativa di riferimento) c’è poco da  rallegrarsi. Non è una visione pessimistica od “ossianica” dell’economia italiana, bensì una constatazione algebrica che gli addetti ai lavori non possono negare. Da soli, gli investimenti basterebbero ad incentivare la crescita e, se accompagnati da un incremento sensibile dei consumi giustificato dalla riduzione del fisco, incoraggerebbero un processo virtuoso orientato verso lo sviluppo. Ma così purtroppo non è, nonostante i proclami del governo farciti di certezze per il futuro. A tutto ciò va aggiunta la verosimile onda d’urto che è destinata a creare la crisi dei paesi emergenti sui mercati europei e la deflazione globale, una condizione patologica basata sulla diminuzione della domanda mondiale. La classe dirigente del Bel Paese che tutelerebbe ristrette elite corporative dalle quali attinge regolarmente comodi voti e mielosi consensi rappresenta, in questo scenario così contorto, la ciliegina sulla torta. Un frutto dal sapore amaro inasprito da nuovi incrementi fiscali dettati questa volta, dal nuovo tributo su internet e tecnologia pronto a scattare nel prossimo 2017. Non essendovi strumenti finanziari concreti e tangibili atti a coprire fattivamente le propagandistiche rimozioni tributarie annunciate da questo governo incline all’inflazione e al finanziamento della spesa in deficit, c’è poco da stare allegri. Anche nella capitale scarseggia l’allegria nonostante il giubileo dal momento che, a fronte della richiesta di 700 nuovi autobus, nessuna azienda si è mostrata disponibile a concorrere agli ppalti di fornitura degli stessi automezzi. Abbondano a tale proposito insanabili contraddizioni ai danni di commercianti e cittadini onesti, soprattutto per quanto concerne l’aspetto giuridico tributario. Le massima agenzia preposta alla gestione dei tributi si concentra sui contribuenti con avvisi di accertamento diretti agli acquirenti di auto usate pagate meno di 3000 euro. Tra queste, alcune passano completamente inosservate come l’enorme giro d’affari alimentato da extracomunitari e abusivi in ordine alla mole siderale di merce irregolare e contraffatta sdoganata alla luce del sole, senza vincolo alcuno. Neppure la città di Caserta è immune a questa virale anomalia. Anzi, ne è un esempio tangibile recante per giunta, la superficialità della politica e delle istituzioni locali. Intanto quasi il 10 % della popolazione nazionale è ufficialmente povero: questo significa che 10 persone su 100 non comprano, non spendono per l’acquisizione di beni primari e secondari, non producono, non incentivano il lavoro e gli investimenti altrui e, soprattutto, non sono più in grado di pagare le tasse. Un’indigenza dilagante destinata ad interessare ben presto anche parte delle 90 persone rimanenti sopra prese in esame. Dunque, è lecito parlare di povertà di Stato.

Nella Giornata di Sabato 18 Luglio, nel pieno del caldo estivo, arriva quasi a sorpresa l’annuncio del Premier Matteo Renzi sulla nuova riforma fiscale. In occasione della convention del Partito Democratico, tenutasi all’ interno dell’Auditorium Expo di Milano, l’ex sindaco di Firenze approfitta per comunicare a stampa ed istituzioni una vera e propria manovra tributaria: una riduzione graduale in tre anni del carico fiscale che lascia perplessi numerosi addetti ai lavori.
Nella visione del Premier vi è l’abolizione nel 2016 della tassa sulla prima casa (annuncio che però ricorda tanto l’iniziativa portata avanti dell’allora premier Silvio Berlusconi nel 2008), intervento in due anni su Ires ed Irap e modifica nel 2018 sugli scaglioni Irpef e sui parametri previdenziali. Visto il periodo non roseo dell’economia italiana sembrano le parole pronunciate del Premier quasi un modo avventato per riprendere fiducia e consenso nei cittadini. E’ anche vero però che le notizie economiche che arrivano in questi mesi parlano di una timida ripresa nei consumi e di condizioni favorevoli alla crescita nel biennio 2016/2017. Secondo gli ultimi documenti OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), confermati anche dall’Associazione bancari italiani (Abi) si stima nel prossimo biennio un aumento dell’1,6 % annuo della produzione industriale e la tanto attesa uscita del nostro paese dalle recessione economica.
La crescita delle esportazioni “made in Italy”, la ripresa lenta della domanda interna (che allontana, almeno per ora, il rischio deflazione delle merci) e il basso interesse sul debito pubblico portano quindi i più ottimisti ad intravedere una parziale ripresa della produzione nazionale. Le condizioni e i presupposti favorevoli dell’economia europea non devono però far dimenticare alle istituzioni e al governo le enormi difficoltà del nostro paese che riguardano il lavoro e i processi occupazionali.
Gli ultimi dati Istat sull’occupazione in Italia (datati 30 giugno) sono considerati se non negativi ancora imbarazzanti. Il Rapporto Istat parla di un 12,4 % tasso di disoccupazione sul totale della popolazione attiva e di un 41,5 % sul totale della popolazione giovanile (under 30) ma soprattutto della finora incompleta riforma del lavoro (meglio conosciuta ai cronisti come Jobs Act). Le azioni del Governo in tema di lavoro hanno portato ad un aumento del 24,6 % di assunzioni a tempo indeterminato di cui la maggior parte però legate alla trasformazione di vecchie forme contrattuali. Quella finora sul Jobs Act si può considerare quindi una riforma a metà, che non tiene conto dell’elevato tasso di disoccupazione e dell’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro.
La stagione che sta per iniziare sarà quindi un banco di prova per il governo per definire al meglio le forme contrattuali di flessibilità per i nuovi occupati ma anche per ridurre il pesante carico fiscale che caratterizza la vita e lo sviluppo delle aziende di piccole e medie dimensioni. Servirà in questo caso da parte del Governo Renzi un vero e proprio slancio in avanti: ridurre le tasse alle imprese e quindi far ripartire l’occupazione, pur rischiando un leggere aumento sul debito. Ma non credo che deciderà di comportarsi così. Piuttosto il premier aspetterà, in maniera più prudente, un andamento positivo dell’economia del prossimo biennio per mettere poi mano al piano di riduzione fiscale. Tra gli annunci di Renzi a favore delle imprese vi è la riduzione dell’Ires e delle addizionali Irap solo nell’anno 2017, lasciando intendere quanto sia ancora da verificare una progressiva ripresa economica del paese. Sorgono però, in questo quadro fiducioso, alcune domande da parte dei cittadini e dai non esperti ai lavori: Le previsioni economiche andranno cosi come previsto? Ed inoltre, se verificate queste condizioni, cresceranno, davvero cosi repentinamente, l’economia e le imprese italiane? Ce lo auguriamo.

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