Giovedì, 26 Aprile 2018 13:41

Quando l’abito non fa il monaco ma aiuta a trovare lavoro

Pubblicato in News

Oggigiorno spopolano gli articoli, i tutoriali, i consigli di stile per l'outfit perfetto da indossare sul posto di lavoro o, quanto meno, per aiutarci a trovarlo. Eppure, a volte, alcune richieste di lavoro e collaborazione sembrano quanto mai particolari e insolite. Soprattutto quelle proposte alle aspiranti lavoratrici del gentil sesso. Il 2017 si è concluso con il caso del giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo, che avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati "Diritto e Scienza" a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Il caso nasce dalla denuncia presentata alla Procura di Piacenza dal padre di una ragazza a fine 2016, azione che ha provocato l'avvio di un provvedimento disciplinare nei confronti del consigliere e ha coinvolto anche la procura di Bari con un'indagine conoscitiva al fine di accertare eventuali condotte illecite commesse anche nel capoluogo pugliese, luogo di origine del giudice. Al polverone legale che la vicenda ha sollevato, si aggiunge quello morale: il padre della ragazza piacentina che ha denunciato vessazioni e minacce durante il corso per aspiranti magistrati, riferisce che questa odissea ha distrutto la vita di sua figlia, la quale è stata sotto ricatto per troppo tempo attraverso il contratto che come borsista doveva firmare per mantenere la borsa di studio. Condizione che, purtroppo, coinvolge sempre più spesso giovani ragazzi/e disposti ad accettare ogni tipo di richiesta, anche quelle moralmente ed eticamente sporche. Un caso dalle stesse tinte torbide e poco pulite ha aperto il 2018 in provincia di Caserta. "Ricerchiamo giovane avvocatessa da inserire nella nostra struttura": questo è l'incipit di un annuncio pubblicato sul portale bakeca.it dallo studio legale Giannelli di Caserta. Il quale ha scatenato numerose polemiche sul web. "Si richiede bella presenza, vestimento elegante, consono a professione legale (tailleur, tacchi spillo etc). Si privilegiano donne single". Sono state queste le parole discriminatorie che hanno alzato il putiferio sul web, compresi i sostenitori della pagina "Se non ora quando". I requisiti specificati nell'annuncio ovviamente c'entrano ben poco con la professionalità o preparazione di un avvocato. Alcuni degli indignati sono proprio persone che di legge se ne intendono, come ad esempio la giurista Alessia Bausone, esperta di Pari opportunità, che dal suo profilo Facebook segnala l'avvocato: "Caro Giannelli, le ragazze belle e single le vuoi tassativamente con minigonna e tacchi come il Consigliere di Stato Bellomo, o hai altri desiderata?". La giurista prosegue: "Questo è un annuncio orrendamente sessista, moralmente indegno, deontologicamente stigmatizzabile. Avvocato Giannelli che ami le belle donne, se le amassi davvero le rispetteresti". O quanto meno proverebbe a rispettare chiunque provi a lavorare onestamente, uomo o donna che sia. Alle accuse l'avvocato Domenico Giannelli risponde che, la sua, era solo una provocazione. Ammette di aver privilegiato sempre le donne ma non per secondi fini, solo per competenza e bravura. "Mandando diversi curriculum, di annunci come questi ne ho trovati tantissimi. Il mio ha fatto rumore forse perché è accaduto dopo il caso del consigliere Bellomo. Ripeto: l'ho fatto come forma di provocazione: so bene che ci sono le leggi, le conosco perfettamente". Ciò che conosce un po' meno l'avvocato Giannelli - magari anche in buona fede, ai posteri l'ardua sentenza - è il significato del termine provocazione così come il suo uso corretto, al momento e nel modo giusto e non in un annuncio di lavoro in cui, il fraintendimento, è una facile e probabilmente normale conseguenza.

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