C’è un malinteso che circola con la stessa velocità dei feed che lo producono: che la chiarezza sia un obbligo unilaterale di chi scrive. Se un testo impone una pausa, se la tesi non si dichiara nelle prime tre righe, se il linguaggio chiede di rallentare, la reazione immediata è l’accusa di oscurità, di superbia, di incompetenza comunicativa. L’autore ha fallito. Il lettore, per definizione, non c’entra.
È una posizione comoda, e per questo diffusa. Ma rovescia il funzionamento reale della lettura.
Alla fine degli anni Sessanta, due filologi tedeschi, Hans-Robert Jauss e Wolfgang Iser, fondarono quella che sarebbe diventata nota come la Scuola di Costanza, elaborando una teoria che oggi andrebbe riletta con attenzione: la Teoria della Ricezione. La loro intuizione di fondo era semplice e radicale insieme, un testo non è un oggetto chiuso dal significato immutabile. Prende forma solo nell’atto della lettura, e il lettore non è un ricettacolo passivo in cui il senso si deposita, ma un co-costruttore attivo di ciò che legge.

Jauss sviluppò il concetto di “orizzonte di attesa”: ogni lettore si accosta a una pagina portando con sé una struttura di aspettative, competenze sedimentate, pregiudizi culturali e, non di rado, pigrizie consolidate. Quando un testo sfida questo orizzonte — quando richiede uno spostamento cognitivo, quando non si adatta al già noto — si apre una biforcazione. Si può accettare la sfida, oppure rifiutarla e colpevolizzare il testo per averla posta.
Iser andò oltre, introducendo il concetto di Leerstellen, spazi vuoti, non-detti strutturali che ogni opera lascia deliberatamente aperti. Non sono lacune, sono inviti. Spetta al lettore colmarli con la propria intelligenza, con la propria disponibilità a cooperare con ciò che sta leggendo. Quando questa disponibilità manca, gli spazi vuoti non restano tali ma vengono colonizzati dal pregiudizio, o da qualcosa di più sottile e più dannoso: la soddisfazione di trovare il difetto prima ancora di cercare il senso. Si legge per demolire, non per capire, e la demolizione soddisfa meglio proprio perché non richiede alcuno sforzo autentico.

Non è un problema recente, ma i meccanismi contemporanei lo amplificano in modo sistematico. Quello che Nicholas Carr aveva intuito analizzando la ristrutturazione cognitiva prodotta dalla navigazione ipertestuale — la progressiva erosione della capacità di lettura profonda a favore di uno scorrimento superficiale e discontinuo — oggi si manifesta come norma culturale, non come eccezione patologica.¹

Geert Lovink ha descritto con precisione la dinamica delle piattaforme come architettura della gratificazione dell’ego: sistemi progettati per premiare la reazione immediata e penalizzare la riflessione differita.² Il risultato è che il disaccordo intellettuale — che richiederebbe di aver capito prima di contestare — si riduce a pettegolezzo fenomenologico, ovvero un rumore che imita la critica senza averne la struttura.

Questo non significa che la complessità sia sempre giustificata. Un testo può essere oscuro per incapacità, e la distinzione tra densità necessaria e opacità evitabile è reale. Ma la diagnosi corretta richiede che si sia prima fatto il proprio lavoro di lettore, cioè che si sia tentato di entrare nella logica del testo, che si siano colmati gli spazi vuoti con buona fede, che si sia accettata la possibilità di non capire subito come punto di partenza, non come verdetto finale.
“Rivendicare il tempo della comprensione non è nostalgia. È il presupposto minimo senza cui qualunque dibattito, anche il più aspro, resta bloccato al livello del riflesso”
Luigi Speciale
Bibliografia essenziale
¹ N. Carr, Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina, Milano 2011.
² G. Lovink, L’abisso dei social media. Nuove reti oltre l’economia dei like, Università Bocconi Editore, Milano 2016.