Martedì, 29 Settembre 2020 19:15

La FCA ha ritirato la proposta fatta a Renault di una fusione al 50%, proposta in questi giorni e che avrebbe fatto diventare FCA-Renault il terzo polo più importante del mercato automobilistico.

La proposta è stata ritirata a seguito la continua ingerenza del governo Francese che detiene il 15% delle azioni di Renault che ha fatto si vi fosse una richiesta di ulteriore tempo per decidere .

Il Governo francese si era dichiarato favorevole alla fusione, tuttavia aveva chiesto delle garanzie che poi si erano trasformate in richiesta che avrebbero alterato lo spirito di fusione dando forse l’idea di una acquisizione.

In particolare Parigi chiedeva si garanzie sulla governance, ma chiedeva che la sede di lavoro della newco fosse in Francia, oltre che al futuro degli stabilimenti francesi e dei suoi lavoratori.

E’ dopo quindi una riunione del CDA della FCA durata sei ore e presieduta da John Elkann che si è deciso di ritirare l’accordo.

Lo rende noto una nota diramate da FCA che asserisce:

"Fca continua a essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti.

E' tuttavia divenuto chiaro che non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo.

Fca esprime la propria sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare al suo presidente, al suo amministratore delegato e agli Alliance Partners, Nissan Motor Company e Mitsubishi Motors Corporation, per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta di Fca.

Fca continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente".

Di sicuro una occasione perduta, ma certamente una ingerenza di un Governo che certamente con l’intento di “proteggere” le aziende ed i lavoratori Francesi, tende direttamente o indirettamente a nazionalizzare le imprese.

Lo avevamo già notato nella vicenda con Fincantieri di qualche tempo fa.

Sintomatica infatti la frase del CdA di FCA quando asserisce che attualmente non vi sono le condizioni politiche per una operazione di questo genere.

Lascia perplessi tuttavia il silenzio del Governo Italiano che non sembra abbia avuto alcun interesse se non qualche affermazione di qualche esponente dopo che l’accordo era saltato.

 

Sembra proprio vero, il nostro Ministro dell' Economia Padoan ha intenzione di mettere sul mercato il 15% della Cassa Depositi e Prestiti entro la fine del 2017, ricavando da questa vendita 5 miliardi di euro. Si cerca in tal modo di abbattere il debito pubblico che secondo i dati della Banca d' Italia è aumentato a gennaio di 32,7 miliardi e attestandosi al primo posto in Europa. Considerando anche l' aumento della pressione fiscale per il ministro questa potrebbe rappresentare una soluzione al fine di rimborsare gli squali della finanza internazionale e poter così rientrare nei vincoli dell' unione Europea. In questo caso un' altra fetta delle nostre ricchezze nazionali prenderebbe il volo verso l' estero. Così dopo la privatizzazione di tutte le banche italiane che erano tutti "Istituti di diritto pubblico", la cessione delle industrie a partecipazione statale IRI,ENI,ENEL,INA, ora non rimane che svendere questa fetta di ricchezza nazionale che detiene 120 miliardi di depositi postali e che eroga crediti alle imprese avendo inoltre partecipazioni nelle industrie che hanno interesse strategico come Poste Snam, Fincantieri, Italgas. Se dovessimo perdere anche questo contenitore sarebbe la fine della politica industriale dell' Italia.

Per l'analisi del contesto internazionale, una ricerca empirica potrebbe prendere in considerazione dati panel relativi ad un determinato periodo storico, utilizzando come variabile economica indipendente la penetrazione di un paese (o gruppi di paesi) in Italia, dopo aver, opportunamente, ripartito il territorio in tre macro aree geografiche, ossia: Nord, Centro e Sud. La ricerca potrebbe evidenziare, ad esempio, in quale misura l'invasione dei prodotti "Made in China" sul mercato nazionale incide sul tasso di disoccupazione giovanile oppure in che modo l'appartenenza all'Unione Europea impatta sulla medesima variabile economica oggetto di studio. I risultati possono essere sorprendenti. Da un lato, potrebbe emergere come la politica di offshoring incida negativamente sul livello di disoccupazione giovanile mentre, dall'altro, la membership con l'Europa abbia riflessi positivi, in barba a chi sostiene che l'Europa e l'euro siano la "madre di tutti i mali" della situazione in cui versa l'economia nostrana. Per lo scenario domestico, invece, si potrebbero prendere in considerazione serie storiche riferite ad uno specifico periodo, in modo da poter illustrare l'impatto delle principali teorie economiche, delle credenze popolari e delle politiche pubbliche sul tasso di disoccupazione giovanile. In questo caso, le variabili economiche da considerare sono numerose. A titolo esemplificativo e non esaustivo, le relazioni inflazione/disoccupazione e prodotto interno lordo/disoccupazione forniscono due importanti informazioni per verificare la validità delle teorie economiche (Curva di Phillips e Legge di Okun), così come il fenomeno dell'immigrazione e appartenenza all'euro possono essere studiati per confermare o smentire alcune credenze popolari, mentre l'efficacia delle politiche pubbliche potrebbe essere valutata attraverso il volume degli investimenti pubblici e la pressione fiscale. Infine, un ruolo importante, potrebbe essere giocato dal livello di scolarizzazione dei giovani per verificare in che modo il loro percorso di studi possa incidere sullo status di disoccupato. In definitiva, mentre la teoria economica spesso tende a spostare l'orizzonte di analisi nel lungo periodo, i problemi economici di un paese richiedono risposte immediate o di breve periodo. Tuttavia, se la teoria economica insiste nel lasciare il mercato libero di raggiungere il suo equilibrio nel lungo periodo, allora sarebbe sufficiente attendere il trascorrere del tempo senza sforzarsi di trovare oggi politiche pubbliche per risolvere i problemi. L'importante, però, è essere consapevoli, come ha sostenuto l'economista britannico John Maynard Keynes ("A Tract on Monetary Reform", MacMillan and Company Ltd, 1923), dell'inutilità di tale attesa, in quanto "nel lungo periodo siamo tutti morti".

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