Lunedì, 07 Settembre 2026 11:18

Caso Ranucci, il seppuku di Travaglio

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C’è un modo di difendere un alleato che finisce per infliggere più danno di qualunque attacco esterno, ed è quello che Marco Travaglio ha scelto lunedì scorso, quando nella sua rubrica «Ma mi faccia il piacere» ha commentato l’articolo con cui Il Foglio, tramite le dichiarazioni di Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala, ricordava che Giovanni Falcone non avrebbe mai cenato con un uomo come Valter Lavitola, l’uomo che ha appena confessato di aver ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci. Travaglio ha liquidato il paragone con una battuta, sostenendo che Falcone ha fatto di peggio perché «lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti», e con quella singola frase si è autoinferto tre colpi che nessun avversario avrebbe saputo assestare con altrettanta precisione.

Lo scrivevo già poche ore dopo l’attentato del 16 ottobre 2025, quando osservavo che il giornalismo d’inchiesta italiano è attraversato da conflitti interni che raramente emergono in pubblico, guerre per i fondi, faide tra testate, accuse reciproche di scarso rigore, e che in un sistema dove le risorse sono scarse e la competizione feroce i nemici interni possono rivelarsi più pericolosi di quelli esterni. Quello che allora era una lettura “sociopolitica”, formulata senza poter indicare un nome, trova oggi nella vicenda Travaglio la sua verifica più puntuale, perché il danno più duraturo per Ranucci non arriva dalla bomba né dagli attacchi diretti della destra parlamentare, ma dall’errore commesso da chi, appartenente alla stessa corporazione, interviene per difenderlo ma senza quel rigore che la materia richiede e di cui ci si è da sempre autoproclamati paladini senza macchia e senza paura.

 

 

Il primo fendente riguarda la sostanza stessa dell’argomento: Falcone accettò l’incarico di direttore generale degli Affari penali , uno degli incarichi previsti esclusivamente per magistrati, tra la fine di febbraio e il marzo del 1991 su invito diretto di Claudio Martelli -P.S.I.-, allora ministro della Giustizia ad interim del governo Andreotti VI e poi confermato guardasigilli nell’Andreotti VII, una catena di deleghe ministeriali che Travaglio riduce a una generica appartenenza personale al governo del premier, trasformando una funzione dello Stato in un rapporto di prossimità politica assimilabile, sul piano logico, proprio a quella cena con Lavitola che l’argomento avrebbe dovuto smentire. Maria Falcone ha colto il punto con più lucidità di chiunque altro quando ha ricordato che il fratello lavorava per lo Stato italiano e non per un governo, e il fatto che il nome scelto per l’equazione sia proprio quello di Andreotti, che nella memoria collettiva porta ancora il peso del processo per concorso esterno in associazione mafiosa, aggrava un “errore” che sarebbe stato comunque scorretto anche con qualunque altro nome.

C’è poi un rovesciamento ancora più profondo che la battuta lascia intravedere senza volerlo perché il merito di Falcone non stava nell’aver lavorato accanto al potere del momento, ma nell’aver continuato a farlo mentre in giro, a piede libero e nel pieno delle proprie funzioni, si muoveva un uomo come Andreotti, forse il più potente, influente e pericoloso della storia repubblicana, sul quale gravavano sospetti che la magistratura avrebbe indagato ancora per anni. Trasformare quella prossimità in un’appartenenza significa rovesciare esattamente il senso della sua scelta, che era di continuare a servire lo Stato pur sapendo quali equilibri di potere attraversassero le stanze in cui si trovava a operare, non di diventarne parte, come fecero in molti, oggi saliti in cattedra.

Il secondo fendente colpisce la coerenza stessa di Travaglio, e in questo caso la mano che lo vibra è la sua. Nel gennaio scorso, durante la campagna per il referendum sulla separazione delle carriere, Travaglio ha costruito il proprio no sulla difesa dell’autonomia del pubblico ministero dal potere esecutivo, spiegando che affidare al Pm un Csm proprio avrebbe finito per rafforzarlo nei confronti dei giudici anziché indebolirlo come sostenevano i promotori della riforma, un’analisi che presuppone come valore da difendere proprio la tenuta dell’inquirente rispetto a ogni possibile cattura da parte della politica. La battuta su Falcone applica il criterio opposto, perché tratta l’incarico amministrativo di un magistrato come una forma di appartenenza al governo del momento, la stessa equazione tra funzione pubblica e sudditanza politica che Travaglio aveva combattuto quando in gioco c’erano i pubblici ministeri di oggi.

Il terzo fendente riguarda il pubblico che Travaglio ha costruito in decenni di lavoro editoriale, un pubblico educato a leggere il nome di Andreotti come sinonimo di potere occulto e di connivenza tra politica e organizzazioni criminali, non come referente neutro di un passaggio ministeriale qualunque. Vedere quello stesso nome piegato a uso apologetico, sia pure indiretto, per difendere Ranucci, produce nel lettore fedele uno scarto che si avverte come un tradimento del metodo prima ancora che come un errore di merito, e non a caso la reazione all’episodio non si è fermata al campo avversario ma ha raccolto anche il commento dell’ex senatore del Pd Stefano Esposito, che ha parlato di un «gemello diverso» di Ranucci pronto a infangare la memoria di Falcone pur di difenderlo. A rendere il quadro ancora più esplicito arriva la reazione del Foglio, che nello stesso pomeriggio pubblica un pezzo durissimo contro Travaglio, parlando apertamente di oscenità e di negazione del ruolo di un martire, segno che la faida tra testate di cui scrivevo nell’ottobre 2025 non si limita più alla sponda politica ma si combatte ormai apertamente anche tra giornali, ciascuno pronto a usare la memoria di Falcone come arma contro l’altro.

Resta da capire chi porterà a compimento il rituale che Travaglio ha avviato. Nel seppuku codificato il gesto non si completa da solo, perché è il kaishakunin, la persona di fiducia chiamata ad assistere, a impugnare la lama che pone fine alla sofferenza tagliando la testa del suicida, un'azione che, trasferita sul piano materiale della vicenda, diventa la domanda su chi abbia davvero il potere di trasformare questi tre fendenti autoinflitti in un atto tombale. Il candidato più concreto non è un nemico di Travaglio (la fila di volontari sarebbe fin troppo lunga) ma potrebbe essere invece la decisione ancora sospesa del Comitato etico della Rai sul futuro di Ranucci, perché se quella decisione dovesse comunque andare verso la sospensione, i tre fendenti autoinflitti da Travaglio saranno, a questo punto, del tutto inutili, ininfluenti, anzi irrilevanti, per un esito che l'azienda avrebbe prodotto autonomamente a prescindere. Fino ad allora il rituale del seppuku resta incompiuto, e la sua conclusione non dipende più da chi lo ha iniziato, che resta a terra agonizzante.

Quel che ci aspetta

Con il seppuku di Travaglio si accelera semmai una corsa più ampia, quella di un’intera categoria che, privata anche dell’ultimo argine rappresentato dall’iconica presenza del figlio putativo di Indro Montanelli, rischia di precipitare verso punti di indegnità finora impensabili, dove la memoria dei martiri diventa merce di scambio quotidiana nelle faide tra testate e nessuno resta più a presidiare il limite oltre il quale persino la battuta cessa di essere lecita.

È a questo punto che l’Ordine dei Giornalisti dovrà far valere tutta la sua autorevolezza, intervenendo con quella fermezza impavida che da sempre lo contraddistingue, forte del proprio codice deontologico, senza lasciare che il silenzio di fronte a un uomo, un collega, che si è sventrato da solo sotto gli occhi di tutti, chissà se per cameratismo o per mancanza di Silvio Berlusconi, resti l’unica risposta possibile.

Luigi Speciale

Fonte www.luigispeciale.com

 

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