Lunedì, 10 Dicembre 2018 06:16

Maglietta Rotta

Pubblicato in Politica

Quante tarme ha il rosso socialista? Tante quante quelle che tarlano i resti delle bare di qualcosa come decine di milioni di vittime, che l’avvento del comunismo come regime totalitario ha disseminato in tutto il mondo dalla Rivoluzione di Ottobre, alla Cambogia, alla Cina di Mao e all’America latina rivoluzionaria. Quindi, rosso e nero per me pari sono. Ma, il tarlo più grande la sinistra storica ce l’ha nella testa idrocefala della sua intellighenzia standardizzata e acritica: un gigantesco buco nero che cattura ogni particella di luce proveniente dalla sua illusoria teoria del pensiero mainstream del perfetto buonista relativista. Si critica chi non fa abbastanza per l’accoglienza in Italia e nella Ue, ma ci si dimentica che “schiavismo + trattamento disumano = nazismo”, guardandosi bene dal chiedere il ricorso all’uso ragionevole della forza come accadde nel caso della guerra al nazifascismo. La stessa assurdità, del resto, che contraddistinse gli analoghi silenzi sulle stragi dell’Isis in Medioriente e in Africa, per vendicare le quali  non si disse una sola parola sul sacrosanto diritto di intervento militare dell’Occidente, per lasciare poi ipocritamente campo libero all’ex compagno Putin di fare in pochi mesi piazza pulita dei fondamentalisti.

Nessuno dei “buonisti” di punta dei media mondiali ha mai chiesto di mettere fine manu militari alle filiere dei trafficanti internazionali di schiavi, sul modello di quanto accadde per la repressione e la cancellazione dalla faccia della terra della pirateria somala. Magliette rosse, quindi, come il sangue versato da centinaia di migliaia di vittime degli schiavisti che operano tra Africa, Medio Oriente e Mediterraneo, per i quali crimini nessuno dei benpensanti mainstream ha chiesto il minimo sindacale della cattura internazionale e dell’internamento a vita sul modello del “41-bis”. Rosse di vergogna quelle magliette, addosso a  chi con tanta vigliacca disinvoltura non ha mai chiesto di fare impietosamente giustizia dei veri assassini e torturatori dei migranti. Ci si limita invece a chiedere genericamente aiuti per l’Africa (che verranno gestiti dagli stessi leader criminali che provocano le attuali, epocali migrazioni!) che, pur essendo il continente più ricco al mondo, muore per la violenza immane esercitata dalle sue leadership post coloniali contro i propri popoli. Invece di inveire contro i torti presunti dell’Occidente, perché le anime belle non ci dicono come annientare questi nuovi nazisti -legittimati dall'Onu ad avere proprie rappresentanze al Palazzo di Vetro- che infestano tutte le Nazioni posticce dell’Africa continentale attuale?

Perché i benpensanti di sinistra non chiedono l'uso della forza per la liberazione dell’umanità da simili flagelli come fecero i loro nonni negli anni terribili della Seconda Guerra mondiale? Le radici del Male non sono qui, nell’Europa libera, ma “lì” nel Continente Nero. Vigliacchi, profondamente vigliacchi ecco cosa sono diventati oggi gli eredi di Gramsci. La creazione di aree-cuscinetto all'interno dei Paesi rivieraschi del Magreb e della Libia per concentrare profughi economici disperati e pronti a tutto, che si muovono a milioni dall'Africa, non può essere che una soluzione provvisoria (del tipo "occhio non vede, cuore non duole"), alla Erdogan, per respingere sul posto i non aventi diritto all'asilo. Ma non è una misura politica degna della storia post-illuminista dell'Europa. Non bisogna esportare altrove la nostra modernità che fa strage di risorse della terra, bensì ricostruire nell'Africa diseredata le condizioni minime di sopravvivenza, rispettando habitat ed ecosistema: niente grattacieli, ma dolci villaggi di legno e pietre, con fognature, strade e servizi essenziali come scuole, ospedali e piccole aziende di trasformazione dei prodotti della terra, banche della solidarietà e Internet illimitata. Così si salva il mondo!

Approfondiamo ulteriormente questo tema sui veri colpevoli di quel flagello epocale che a noi arriva dal fallimento delle "Primavere arabe" volute dall'utopia folle di Francia e Inghilterra, che ci ha relegato al ruolo di capro espiatorio dell'Occidente sia con l'attacco alla Libia di Gheddafi sia, prima ancora, con l'invasione dell'Iraq nel 2003 e l'eliminazione di Saddam voluti dalla follia bushiana di "esportazione della democrazia". Da tre lustri, questa condanna all'espiazione dei peccati dell'Occidente ci si riversa dal cielo, dalla terra e dal mare attraverso un gigantesco proiettile di immigrazione incontrollata e disperata che ha la mostruosa dimensione di un continente. Ma dov'è la fionda? Quale mano l'ha lanciata e quale altra l'ha costruita? La risposta, come abbiamo appena visto, è nel triangolo della morte "profughi economici-trafficanti di schiavi-leadership africane". In primis, applicherei a questi criminali il modello Norimberga per giudicarli e condannarli, essendo costoro come e peggio dei nazisti, in quanto non sono nemmeno mossi da un'ideologia aberrante ma esclusivamente dal profitto e dal denaro, in cui le vite degli esseri umani sono semplicemente merce di scambio, da monetizzare a tutti i costi sottoponendo le vittime a ogni tipo di trattamento disumano e degradante, caratteristici della mentalità nazista.

Dalla scoperta delle Americhe in poi, la figura orrenda dello schiavista ha rappresentato per secoli una sorta di fattore di pull-out disumano, violento e forzato per il popolamento coatto di immensi territori vergini che necessitavano per il loro sviluppo di una manodopera praticamente gratuita, sottomessa e docile perché priva di qualunque diritto di cittadinanza, riservato solo ai padroni bianchi venuti dall'Europa. Ebbene, da forzoso quel fattore oggi è divenuto il frutto di una precisa volontà individuale e collettiva di espatrio a tutti i costi, da parte di intere popolazioni africane intenzionate a fuggire fame, miseria, carestie e guerre. E questi flussi incontrollati portano con sé le mille contraddizioni di comunità africane a matrice tribale che non hanno mai conosciuto la modernità (mentre noi siamo nell'era post-industriale della rivoluzione digitale) e, pur di entrare, si affidano per la loro fuga alle reti criminali internazionali dei nuovi schiavisti facilitatori, previo compenso in denaro e di prestazioni in natura, molto spesso abbiette e degradanti. Allora, perché sottomettersi ieri come oggi a questi criminali? E per quale ragione l'Europa non sfodera tutta la sua potenza militar-repressiva per smantellare con la forza i circuiti che organizzano e favoriscono i traffici dei nuovi schiavisti?

Sono loro infatti che mettono a rischio la stessa esistenza dell'Unione come entità multinazionale. Non si può assistere passivamente a tutto ciò, magari facendo un folle paragone con le migrazioni inter-occidentali dell'inizio del secolo scorso, o di quelle che hanno riguardato l'ondata di profughi economici dell'ex Europa dell'Est a seguito della disgregazione dell'Urss. Perché a quei flussi di allora hanno corrisposto controflussi in direzione opposta altrettanto consistenti, grazie a una mondializzazione progressiva dell'economia appena interrotta dalla parentesi tra le due Grandi Guerre. Cosa del tutto impensabile per l'immigrazione centroafricana di oggi che, per la sua risoluzione, necessita di un neocolonialismo alla rovescia. Ovvero, occorre portare (senza alcuna contropartita nello sfruttamento delle materie prime locali) le migliori energie, conoscenze e risorse materiali dell'Occidente in regioni che la buona coscienza ci dice vadano riguadagnate, a nostre spese, a una vita dignitosa e nelle quali non si pone alcun problema di integrazione essendo territori di nascita delle persone oggi in fuga.

Le élite onusiane e della sinistra mainstream (che controllano oggi come ieri le leve della comunicazione mondiale) debbono avere il coraggio di rendere di nuovo sicura la vita nei Paesi africani! Le persone fuggono perché non hanno alcun diritto alla terra, all'accesso al credito agricolo agevolato e alle tecnologie occidentali per l'irrigazione e la coltivazione dei terreni. Quindi, in primo luogo occorre ristabilire le condizioni di sopravvivenza in quelle regioni facendo una campagna mediatica di tipo orwelliana, attraverso la rete e i social, per dire alle genti in procinto di fuggire come stanno veramente le cose, lì da loro e qui da noi. Non servono hotspot getto, dove la disperazione dimora incontrastata. Piuttosto, occorre a livello sistemico riprodurre ciò che accadde qui da noi nei primi anni 90 con l'esodo degli albanesi: moltissimi di loro furono convinti a rientrare nel loro Paese previa l'erogazione di un piccolo contributo economico da parte delle autorità italiane. Riproduciamo quello schema, in modo da generare contro flussi positivi dai centri di accoglienza affinché chi è rimasto senza nulla, tornando indietro abbia qualcosa per ricominciare!

 

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