Giovedì, 22 Ottobre 2026 00:09

Il giornalismo organico che avvelena il dibattito pubblico

Pubblicato in News

L’INPS nacque nel 1933 con un nome diverso, Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, INFPS. La sigla originaria non è un dettaglio archivistico da consegnare alla curiosità degli storici, ma il punto di partenza di una domanda che questa analisi intende sviluppare fino in fondo, e cioè chi stia davvero smontando quella tradizione, in nome di cosa, e con quali strumenti. Il sistema previdenziale pubblico italiano non fu costruito da governi socialisti o da costituenti visionari: fu costruito da un regime che aveva capito empiricamente, nel decennio in cui il fallimento del mercato autoregolato era sotto gli occhi di tutti, che esistono funzioni sociali che il mercato non è in grado di svolgere e che solo l’intervento dello Stato può garantire. Quella lezione produsse un’architettura istituzionale che sopravvisse al regime che l’aveva generata, attraversò la Repubblica, e costituisce ancora oggi la spina dorsale del welfare italiano. Che quella stessa architettura sia oggi oggetto di un attacco sistematico, condotto con strumenti tecnici e linguaggio neutro sulle pagine del quotidiano più autorevole del paese, non è una vicenda di politica economica ordinaria ma una vicenda di potere, e come tale va letta. Non come regia occulta di soggetti che si coordinano nell’ombra, ma come effetto strutturale di interessi che si incontrano e si rafforzano reciprocamente senza bisogno di istruzioni condivise, esattamente come accade in ogni sistema egemonico maturo.

La genealogia dell’istituto è tuttavia più antica e più complessa di quanto la narrazione corrente ammetta, e risale a un luogo che quella narrazione preferisce non nominare. Ricostruirla non significa riabilitare il fascismo né rimpiangerne le istituzioni ma significa riconoscere che anche i sistemi costruiti sotto regimi autoritari possono produrre beni sociali reali, e che smontarli non è liberalismo ma regressione storica. La Carta del Carnaro, promulgata l’8 settembre 1920 a Fiume da Gabriele D’Annunzio sulla base di un canovaccio elaborato dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, conteneva già un sistema assistenziale e pensionistico organico, strutturato attorno a corporazioni che rappresentavano le diverse categorie di lavoro e che partecipavano direttamente all’architettura legislativa dello Stato.1 De Ambris non veniva dalla destra ma veniva dall’interventismo di sinistra e dal sindacalismo rivoluzionario, e la sua visione di una società dei produttori fondata sulla sintesi tra capitale e lavoro era più radicale di quanto il fascismo avrebbe poi effettivamente realizzato.

Quella visione passò attraverso Fiume, entrò nel dibattito politico italiano degli anni Venti, e trovò il proprio erede istituzionale nella Carta del Lavoro del 1927 e poi nell’INFPS del 1933. Il tramite fu Giuseppe Bottai, primo presidente dell’istituto, che non era un burocrate di regime ma il suo teorico più sofisticato, l’uomo che aveva elaborato la dottrina corporativista come progetto di riorganizzazione integrale della società italiana e che nel 1943 fu tra i firmatari dell’ordine del giorno che rimosse Mussolini dal potere. Che Bottai avesse scritto nel 1938 che le dichiarazioni della Carta del Carnaro costituivano la prima espressione del nuovo ordinamento spirituale e giuridico degli italiani2 chiude il cerchio genealogico in modo inequivocabile, perché l’architetto dell’INFPS riconosceva esplicitamente il proprio debito con Fiume e con una tradizione che veniva dalla sinistra sindacalista prima ancora che dal fascismo. La risposta alla domanda che percorre questa analisi è quindi più precisa di quanto il paradosso iniziale lasci intendere: fu Mussolini a fare le cose buone, ma il Vate, attraverso De Ambris, a ispirarle. Mussolini le attuò parzialmente attraverso Bottai, e non glielo perdonò mai.3

Chi oggi smonta l’INFPS non sta correggendo un eccesso del regime ma demolendo qualcosa che nemmeno i costituenti hanno osato toccare.

Vale la pena notare che questa genealogia precisa e documentata ha già attraversato i filtri del giornalismo organico. Lo stesso quotidiano autorevole di cui si parlerà nelle pagine seguenti aveva già tentato, in un articolo pubblicato in prima pagina, di riscrivere questa storia sostenendo che l’istituto di previdenza esisteva già prima del fascismo e che attribuirgli la paternità dell’INPS era un errore storico.4 Indipendentemente dall’intenzione, l’effetto è quello di equiparare due istituti distinti per natura giuridica, funzione e portata sociale: la Cassa Nazionale di Previdenza del 1898 era un’associazione volontaria con contributo statale facoltativo, mentre l’INFPS del 1933 era un ente pubblico obbligatorio con personalità giuridica autonoma e integrazione nel sistema corporativo dello Stato. Equipararli equivale a sostenere che la Costituzione repubblicana del 1948 è la stessa cosa dello Statuto Albertino del 1848 perché entrambi sono documenti che parlano di diritti.

Il quotidiano autorevole aveva già provato a sottrarre al fascismo la paternità di ciò che oggi contribuisce a smontare, e questo non è un dettaglio secondario ma il segno di come il giornalismo organico tenda a cancellare le proprie tracce storiche prima ancora di procedere all’operazione presente.

L’anno in cui nacque l’INFPS, un’altra economia di mercato stava cercando risposta alla stessa crisi con strumenti analoghi. Il New Deal rooseveltiano guardò al corporativismo italiano non con distanza critica ma con interesse pragmatico, e la National Recovery Administration, cuore del programma di ripresa americana, fu costruita esplicitamente sul modello dello stato corporativo fascista. I principali consiglieri di Roosevelt non nascosero quella fonte di ispirazione: Hugh Johnson, direttore della NRA, invocò esplicitamente Mussolini come modello nel suo discorso di addio, Rexford Tugwell parlò apertamente delle virtù dell’ordine fascista italiano come risposta funzionante alla crisi, e Fortune Magazine sintetizzò nel 1934 il consenso dell’epoca con una formula che non lasciava spazio all’ambiguità, scrivendo che lo Stato corporativo era a Mussolini ciò che il New Deal era a Roosevelt.5 Non si tratta di un elogio del sistema fascista ma del riconoscimento che, in quel contesto storico specifico, l’intervento pubblico nell’economia aveva prodotto risultati che il liberismo puro non aveva saputo generare. L’America che oggi, attraverso il Fondo Monetario Internazionale e le raccomandazioni della Commissione europea, esercita pressione sulla spesa pubblica italiana è la stessa che negli anni Trenta mandava i propri quadri dirigenti a studiare come l’Italia avesse retto alla crisi meglio delle economie liberiste pure. Non è ironia della storia ma la traiettoria coerente di un potere che usa gli strumenti che servono al momento che attraversa, e che oggi ha bisogno di smontare ciò che allora aveva bisogno di imitare.

La pressione sovranazionale non arriva soltanto da Washington. I report del Fondo Monetario Internazionale, le raccomandazioni specifiche per paese della Commissione europea, il quadro del Patto di Stabilità e il meccanismo di coordinamento delle politiche economiche nazionali imposto dalla Commissione producono da anni un mandato chiaro verso l’Italia, che è quello di ridurre l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL, la quale secondo i dati Istat si attesta al 16,61 per cento contro una media europea del 12,8. Quel dato viene citato come prova dell’insostenibilità del sistema, ma è costruito in modo da rendere impossibile qualsiasi comparazione corretta, perché aggrega sotto la voce previdenza voci che negli altri sistemi europei figurano separatamente nella spesa assistenziale. Il mandato sovranazionale non ha bisogno di dati comparabili ma di un numero abbastanza grande da produrre senso di urgenza, e quel numero c’è. Ciò che manca, a quel livello, è un vettore culturale capace di tradurre il vincolo tecnico in consenso popolare. Ed è qui che entra in scena il giornalismo organico.

Il giornalismo organico non è giornalismo falso.6 Usa dati reali, cita fonti istituzionali, si avvale di competenza tecnica riconoscibile e riconosciuta. Non è nemmeno giornalismo militante nel senso convenzionale del termine, cioè un giornalismo che dichiara la propria prospettiva e la difende apertamente, perché quello almeno è onesto nella sua parzialità. Il giornalismo organico dissimula la propria traiettoria sotto la veste della neutralità analitica, e il suo tratto distintivo non sta nella falsità dei singoli dati ma nell’orientamento sistematico con cui quei dati vengono selezionati, inquadrati e nominati, in modo da condurre il lettore verso conclusioni che servono interessi non dichiarati. È più difficile da smontare del giornalismo falso proprio perché offre appigli reali, e avvelena il dibattito pubblico in modo più duraturo perché sostituisce i termini fondamentali della discussione prima ancora che quella discussione cominci. Il suo strumento principale non è la menzogna ma il lessico, perché chi controlla le parole con cui un fenomeno viene nominato controlla le conclusioni a cui il lettore può ragionevolmente arrivare, indipendentemente dalla correttezza dei dati che gli vengono forniti.

Un recente articolo pubblicato dal quotidiano autorevole a firma di un giornalista-lobbista di lungo corso offre un caso di scuola di questa operazione.

Il primo movimento è lessicale, e per questo il più decisivo: l’articolo usa sistematicamente il termine rendita per designare la pensione contributiva. Non si tratta di una scelta stilistica, perché rendita è il termine con cui la teoria economica liberale designa un reddito non fondato su un corrispettivo produttivo, un reddito parassitario. Applicarlo alla pensione significa incorporare nel testo, nell’atto stesso di nominare, una tesi che dovrebbe invece essere dimostrata, ovvero che la pensione è un prelievo sul sistema e non la restituzione di un credito accumulato attraverso decenni di versamenti obbligatori. Il lavoratore che ha contribuito per trent’anni non ha preso nulla ma ha comprato un’assicurazione obbligatoria gestita dallo Stato, e l’assegno pensionistico è la liquidazione di quel contratto.

Chiamarla rendita rovescia il rapporto creditore-debitore e trasforma il lavoratore da titolare di un diritto acquisito in beneficiario di una grazia statale.

Il secondo movimento è la fusione sistematica di istituti giuridicamente e concettualmente distinti sotto l’etichetta unitaria di spesa pensionistica. L’articolo include nello stesso computo le pensioni contributive, le integrazioni al minimo, gli assegni sociali, le invalidità civili, le indennità di accompagnamento e persino le pensioni di guerra. Questa aggregazione non è analitica ma retorica, e serve a gonfiare il dato percentuale sul PIL incorporando nel denominatore pensioni, prestazioni che in tutti gli altri sistemi europei figurano sotto voci separate della spesa sociale, rendendo strutturalmente falsa la comparazione con la media europea che l’articolo usa come prova dell’insostenibilità del sistema.

Il terzo movimento è la costruzione del cattivo. L’articolo dedica ampio spazio ai percettori di assegno sociale che erano sconosciuti all’INPS e al fisco per tutta la vita, descrivendoli come soggetti che hanno vissuto a carico della collettività e che ricevono il trattamento come premio di una fedeltà mai prestata. Il registro è quello della denuncia morale, e si sta descrivendo un frodatore invece che un soggetto che ha attraversato cinquant’anni di economia informale, lavoro agricolo non dichiarato, lavoro domestico non retribuito, disoccupazione strutturale nelle aree depresse del Mezzogiorno, malattia cronica non trattata. L’invisibilità contributiva non è quasi mai una scelta strategica di ottimizzazione fiscale ma il prodotto di un mercato del lavoro segmentato, di economie territoriali che non hanno mai prodotto occupazione stabile, di un sistema di welfare che ha storicamente protetto il lavoratore fordista maschio del Nord lasciando scoperte le periferie geografiche e sociali del paese.

Trasformare questa struttura in colpa individuale è il meccanismo classico con cui si naturalizza la disuguaglianza.

Il quarto movimento è il più rivelatore sul piano degli interessi in gioco. L’articolo propone implicitamente, attraverso la critica all’ISEE e ai bonus, una revisione al ribasso della platea dei beneficiari del welfare. Ciò che quella revisione produrrebbe strutturalmente, e che l’articolo non discute mai, è la migrazione del risparmio previdenziale dai bilanci pubblici ai fondi pensione complementari, cioè al sistema di previdenza privata che costituisce il secondo pilastro del welfare italiano accanto alla previdenza pubblica obbligatoria. Ogni lavoratore convinto che il welfare pensionistico sia un sistema di redistribuzione dai produttivi ai parassiti è un lavoratore potenzialmente disponibile ad affidare il proprio risparmio ai mercati finanziari. La Legge di Bilancio 2026 ha già tradotto questa logica in norma: per i lavoratori dipendenti del settore privato che iniziano il loro primo rapporto di lavoro a partire dal 2026 è stata introdotta l’iscrizione automatica a un fondo pensione complementare, con sessanta giorni per comunicare una decisione diversa. Non è un incentivo fiscale ma un automatismo che presuppone l’adesione al secondo pilastro privato salvo opt-out esplicito, e che trasforma la migrazione del risparmio previdenziale da tendenza culturale a default istituzionale.

Il giornalista-lobbista opera in un ecosistema che ha interesse strutturale diretto a quella migrazione, e quel conflitto non viene dichiarato da nessuna parte nel testo.7 La sua assenza è parte del testo tanto quanto le cifre Istat che l’articolo ostenta.

Per comprendere come questo meccanismo operi nel tempo e non solo nel singolo articolo, vale la pena ricordare che lo stesso schema fu già collaudato, con pieno successo, sul Reddito di Cittadinanza. Quella prestazione aveva una sua ratio precisa nella storia del welfare italiano: il sistema previdenziale fascista era strutturalmente occupazionale, nel senso che la quasi totalità delle sue prestazioni era condizionata all’impiego formale, perché il corporativismo presupponeva che lo Stato garantisse la piena occupazione attraverso le corporazioni stesse. Quando il modello neoliberista abbandona quel presupposto e produce disoccupazione strutturale di massa, uno Stato coerente con la propria tradizione previdenziale non può che integrare il sistema con una misura che copra chi il lavoro non ce l’ha. Il Reddito di Cittadinanza era quindi il completamento logico necessario di un welfare che aveva perso il proprio presupposto fondativo, non la sua negazione. Il giornalismo organico lo trasformò nel simbolo del parassitismo nazionale: individuò le disfunzioni reali, le generalizzò fino a farle diventare la caratteristica definitoria dell’intero istituto, costruì il beneficiario tipo come soggetto che aveva razionalmente scelto il divano perché tanto pagava Pantalone, e il taglio politico che seguì apparve come un atto di giustizia invece che come una scelta di classe. Una parte significativa dei lavoratori votò contro il proprio interesse materiale diretto perché aveva interiorizzato quel frame come se fosse un’analisi autonoma invece che un prodotto confezionato.8

Prima si delegittima culturalmente, poi si taglia politicamente.

Il collaudo è riuscito, e ora lo stesso schema viene applicato al sistema pensionistico con una differenza strutturale che rende l’operazione molto più complessa, perché le pensioni sono trasversali. Il Reddito di Cittadinanza aveva un bacino socialmente localizzato, geograficamente e demograficamente identificabile, che era già stigmatizzato e quindi relativamente facile da isolare retoricamente. Le pensioni non hanno un beneficiario tipo stigmatizzabile nello stesso modo perché attraversano tutto, classe, geografia, generazione, orientamento politico. Riguardano i parlamentari come i braccianti, il Nord come il Sud, la destra come la sinistra.

Costruire il frame del parassita su questa platea richiede un lavoro retorico molto più lento e sofisticato, che non può puntare sull’odio sociale diretto ma deve passare per la categoria apparentemente neutrale della sostenibilità fiscale.

È esattamente quello che l’articolo tipo del giornalista-lobbista va facendo: non descrive il pensionato come un furbetto individuale ma costruisce la categoria statistica del sistema insostenibile, dentro cui il taglio futuro apparerà come necessità tecnica e non come scelta politica. Per un approfondimento sul nesso tra demolizione del welfare, architettura del potere e interessi finanziari che attraversano trasversalmente l’esecutivo si rimanda a un precedente lavoro pubblicato su questo Substack.9

Welfare vs Warfare

Resta una domanda aperta, e non è retorica. Se il sistema previdenziale pubblico italiano è una delle poche cose che il fascismo costruì e che la Repubblica ereditò senza vergognarsene, se fu abbastanza solido da resistere alla guerra, alla ricostruzione, a decenni di pressione demografica e a riforme successive che ne hanno ridisegnato la geometria senza abbatterne l’impianto, allora chi oggi lavora sistematicamente a svuotarlo dall’interno, con la tecnica, il lessico e l’autorità di un quotidiano nazionale, sta facendo qualcosa che il regime non fece e non avrebbe fatto. Non perché fosse più lungimirante o più giusto, ma perché sapeva che la coesione sociale è una condizione di funzionamento del sistema produttivo, non un optional sentimentale. Quella comprensione, brutale e strumentale quanto si vuole, era già nella Carta del Carnaro prima ancora che nel corporativismo fascista. La storia del Novecento ha dimostrato con sufficiente precisione dove conduce una società in cui quella coesione viene sistematicamente erosa, perché il ciclo che va dalla crisi di domanda interna al conflitto sociale, dal conflitto sociale all’urgenza politica, dall’urgenza politica alla spesa militare come soluzione si è già compiuto una volta tra il 1929 e il 1939, non come meccanismo deterministico ma come precedente documentato che la politica ha già percorso una volta e che nessuna legge impedisce di ripercorrere. Che questo non sia un esercizio di storia comparata lo dimostra la Legge di Bilancio 2026, che ha già tradotto in norma quella traiettoria. Il meccanismo descritto in questa analisi non anticipa un rischio futuro ma documenta un processo già in corso. La stessa Commissione europea che raccomanda di ridurre la spesa pensionistica partecipa a un quadro in cui il governo italiano ha sottoscritto impegni militari che arrivano al 5% del PIL entro il 2035, cifre che nessun guardiano della sostenibilità fiscale è chiamato a giustificare con la stessa severità con cui si giustifica ogni euro del welfare previdenziale. Nessun quotidiano autorevole ha titolato che quei soldi li prende qualcuno. I soldi pubblici non mancano ma vengono spostati dal lavoratore che ha sgobbato tutta la vita al sistema d’arma che nessuno ha votato.

Il giornalismo organico chiama rendita il primo e investimento il secondo. A quel punto il consenso è già fabbricato, il taglio già legittimato, e il lettore che vorrebbe criticare non sa nemmeno in quale lingua farlo, perché le parole con cui potrebbe difendersi gli sono già state neutralizzate.

 

Luigi Speciale

 

Note

1 La Carta del Carnaro fu scritta da Alceste De Ambris, capo di gabinetto della Reggenza italiana del Carnaro, e rielaborata nella forma da D’Annunzio. Promulgata l’8 settembre 1920, non fu mai compiutamente applicata per le vicende che portarono alla fine dell’impresa fiumana nel dicembre dello stesso anno. Sul contenuto sociale del documento e sulla sua funzione precorritrice rispetto al corporativismo fascista si veda Serventi Longhi, E., Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista, Angeli, Milano, 2011.
2 Bottai, G., Ordinamento corporativo, Mondadori, Milano, 1938, pp. 14-15, citato in Parlato, G., La sinistra fascista, Il Mulino, Bologna, 2000. L’INFPS nacque con R.d.l. 27 marzo 1933, n. 371. Bottai fu primo presidente fino al 1935, quando gli successe Bruno Biagi. Nel 1935 l’intera normativa pensionistica fu unificata nel R.D. 4 ottobre 1935, n. 1827, rimasto punto di riferimento legislativo per decenni. Bottai fu tra i diciannove firmatari dell’ordine del giorno Grandi nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio 1943.
3 La rivalità di Mussolini nei confronti di D’Annunzio è documentata lungo tutto il ventennio e fu la chiave con cui il regime gestì il Vate: caricarlo di onori ufficiali isolandolo progressivamente dalla vita politica attiva, fino al confinamento dorato al Vittoriale, “ricoprirlo d’oro anziché cavarlo come un dente marcio”. Non è un caso che Mussolini avesse liquidato la Carta del Carnaro come documento utopistico inadatto alla pratica quotidiana, mentre Bottai ne riconosceva esplicitamente la centralità fondativa. Le cose buone, nel sistema previdenziale italiano, le ispirò D’Annunzio attraverso De Ambris. Mussolini non glielo riconobbe mai, e la storiografia ufficiale del regime si incaricò di oscurare quella paternità con la stessa sistematicità con cui il giornalismo organico oscura oggi le origini di ciò che contribuisce a demolire.
4 Il riferimento è a un articolo pubblicato in prima pagina da un quotidiano nazionale di area economico-finanziaria, nel quale si sosteneva che il sito ufficiale dell’INPS datava la nascita dell’istituto al 1898. La confusione tra la Cassa Nazionale di Previdenza del 1898, associazione volontaria, e l’INFPS del 1933, ente pubblico obbligatorio istituito per decreto, è storicamente infondata e documentabile attraverso le stesse fonti istituzionali dell’INPS.
5 Johnson, H., discorso di commiato dalla direzione della NRA, settembre 1934, citato in Diggins, J.P., Mussolini and Fascism: The View from America, Princeton University Press, Princeton, 1972. La citazione di Fortune Magazine è ripresa in Schivelbusch, W., Three New Deals. Reflections on Roosevelt’s America, Mussolini’s Italy, and Hitler’s Germany, 1933-1939, Metropolitan Books, New York, 2006. Su Tugwell e il modello corporativo si veda Vaudagna, M., The New Deal and Corporativism in Italy, Radical History Review, vol. 4, nn. 2-3, 1977, pp. 3-35.
6 La categoria di giornalismo organico si inscrive nella tradizione gramsciana, nella quale “organico” designa il rapporto strutturale tra intellettuali e classi sociali: l’intellettuale organico non serve il potere per calcolo individuale ma perché è formato, posizionato e riconosciuto all’interno di un sistema di interessi che condivide senza necessariamente dichiararlo. Applicata al giornalismo, la categoria descrive una produzione informativa che si orienta sistematicamente verso le conclusioni utili agli interessi dominanti attraverso la selezione, l’inquadratura e la nomenclatura dei fenomeni, senza ricorrere alla falsificazione esplicita. Categorie affini sono state elaborate da Chomsky, N. ed Herman, E. in Manufacturing Consent, Pantheon Books, New York, 1988, e nel dibattito anglosassone sul both-sidesism come forma di distorsione sistematica che equipara posizioni non equivalenti in nome di una neutralità apparente. Rispetto a queste elaborazioni, la specificità del giornalismo organico applicato al caso italiano sta nella sua operatività attraverso figure che occupano simultaneamente ruoli giornalistici e posizioni in organismi contigui agli interessi che la loro produzione giornalistica serve, senza che quel doppio posizionamento venga dichiarato al lettore.
7 Sul posizionamento istituzionale del giornalista-lobbista e sull’ecosistema della previdenza complementare privata in cui opera si vedano i rapporti annuali di Itinerari Previdenziali e la composizione dei relativi organi direttivi, pubblicamente consultabili.
8 Sul meccanismo attraverso cui la retorica mediatica produce voto contro interesse si veda Frank, T., What’s the Matter with Kansas?, Metropolitan Books, New York, 2004, che analizza il caso americano con una metodologia applicabile al contesto italiano. Sul welfare fascista come sistema strutturalmente occupazionale si veda Ferrera, M., Le trappole del welfare, Il Mulino, Bologna, 1998.
9 Speciale, L., Esecutivo Meloni: non chiamateli fascisti, substack.com.

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